Ironia del destino? Lo studio dimostra che gli ipocondriaci hanno un rischio di mortalità più elevato 13

Ironia del destino? Lo studio dimostra che gli ipocondriaci hanno un rischio di mortalità più elevato

L’intrigante legame tra l’eccessiva preoccupazione per salute e un primo risultato emerge da un recente studio condotto in Svezia.

È stato scoperto che coloro che soffrono di disturbi d’ansia e di malattia (IAD) hanno un’aspettativa di vita più breve, sfidando le nozioni convenzionali sulla salute mentale e sulla mortalità.

In che modo il disturbo d’ansia influisce sulla longevità?

Il professor Esteban Hughes dell’Anglia Ruskin University esplora questa apparente contraddizione nel suo articolo pubblicato su The Conversation.

Hughes sottolinea che lo stigma associato all’ipocondria, ora ridefinito come IAD, deve essere superato dai professionisti medici, sottolineando la necessità di cure più empatiche e non dispregiative.

Lo studio svedese ha seguito circa 42.000 individui, rivelando un risultato allarmante: quelli affetti da IAD avevano un rischio di morte significativamente più elevato, morendo in media cinque anni più giovani rispetto ai loro coetanei meno preoccupati.

Questa disparità nell’aspettativa di vita si riflette sia nelle morti per cause naturali che in quelle non naturali, innescando un dibattito sulle ragioni di questo fenomeno.

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Una ricerca svedese rivela che le persone preoccupate per la propria salute, ma senza malattie apparenti, hanno un rischio di morte più elevato – Immagine: Shutterstock/Riproduzione

I risultati hanno rivelato che le cause naturali di morte tra le persone affette da IAD erano legate principalmente a complicanze cardiovascolari e respiratorie, sorprendentemente non dimostrando un aumento della mortalità dovuta a cancro, nonostante l’ansia diffusa nei confronti di questa malattia nella popolazione studiata.

Hughes chiarisce che lo stretto legame tra IAD e disturbi psichiatrici può spiegare l’aumento del rischio di suicidio.

Il sentimento di stigmatizzazione e svalutazione affrontato da coloro che convivono con la IAD può peggiorare l’ansia e la depressione, portando, in alcuni casi, a esiti tragici.

Inoltre, lo stile di vita associato a ansia – con una maggiore propensione all’uso di alcol, tabacco e droghe – possono contribuire alla mortalità precoce.

Queste abitudini dannose sono state collegate a una ridotta longevità, aggravando ulteriormente le sfide affrontate dalle persone affette da IAD.

Alla luce di questi risultati, Hughes invita gli operatori sanitari ad adottare un approccio più attento e privo di stigmatizzazione, ascoltando attentamente i pazienti e cercando di comprendere i problemi di salute sottostanti.

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Comprendere i fattori genetici e ambientali che alimentano la IAD può essere cruciale per offrire un supporto più efficace e completo a questa parte vulnerabile della popolazione.